"Ma c'è Papà", la recensione di Michela Aloisi
Ma c’è papà, la commedia agrodolce di Peppino e Titina De Filippo, torna nell’adattamento e nell’interpretazione di Fabio Gravina al Teatro Prati, dove sarà in scena dal 21 novembre all’11 gennaio. Un omaggio, quello di Gravina, alla grande scuola di teatro napoletana, di cui i De Filippo sono gli ambasciatori più autentici.
Una commedia corale in tre atti che ha esordito negli anni Trenta del secolo scorso, ma conserva ancora un sapore attuale, grazie alla modernità del testo dei De Filippo e ad una regia moderna ed intrigante. La commedia è stata rappresentata infatti la prima volta a Napoli, al Teatro Politeama, il 17 ottobre del 1935 con Eduardo, Peppino e Titina De Filippo nei ruoli principali di Federico, Stefanino e Giovannina, qui ripresi dallo stesso Fabio Gravina, Rocco Tedeschi e Sara Religioso. Accanto a loro, il cast attuale comprende il comprimario Corrado Taranto (nipote del grande Nino Taranto), gli ottimi Pierre Bresolin ed Alida Tarallo, entrambi in un doppio ruolo, ed i bravi Luca Cardillo e Sara Scotto di Luzio: un ensemble frizzante ed ironico che incornicia i tre protagonisti dando vita ad uno spettacolo divertente e profondo che alterna risate e riflessioni su famiglia e vita di coppia.
Ma c’è papà racconta una storia semplice: Stefanino, un impiegato preciso e metodico al limite del sopportabile, vive con l’amata moglie Giovannina ed il figlio piccolo in casa con il suocero-terremoto Federico e l’indolente fratello maggiore di lei, entrambi totalmente irrispettosi nei confronti del buon Stefanino. I contrasti tra due personalità così diverse fanno ben presto scintille; esasperato, Stefanino lascia casa e famiglia per andare a vivere in una piccola pensione. Nonostante senta la mancanza di Giovannina e del figlioletto, è determinato a non tornare, nemmeno quando il suocero va a riprenderlo. Giovannina, che non ha mai smesso di aspettarlo, lo vedrà infine tornare a casa dopo un’assenza di mesi, per un lieto fine classico e conciliante.
Una storia che ha il sapore genuino di un’Italia d’altri tempi, con personaggi dal cuore buono ed intrisi di umanità, e quando la famiglia aveva un ruolo centrale nella società; al tempo stesso, è una satira senza età sui rapporti coniugali e familiari: vivace, profonda e pungente, capace di far riflettere e di commuovere con il sorriso. Una delle commedie più belle e riuscite del ricco repertorio teatrale della famiglia De Filippo, che la regia di Gravina riporta con fedeltà all’antico ed uno sguardo al presente. Grazie anche ad un brillante cambio di scenografia, i tre atti separano distintamente i tre momenti chiave della storia: la vita in casa con i contrasti tra Federico e Stefanino, la vita di Stefanino nella pensione ed il finale di nuovo in casa. Se il primo ed il terzo atto hanno un ritmo vivace e sono in equilibrio perfetto tra ironia e malinconia, con un tocco di poesia nel finale, il secondo raggiunge vette di ilarità surreale ed irresistibile, grazie alle interpretazioni della Tarallo e di Bresolin. Scenografie, costumi, trucco e parrucco sono perfettamente in linea con gli anni in cui la storia si svolge, così come le interpretazioni dei protagonisti e dei comprimari: dalle schermaglie tra l’impetuoso Gravina e il bonario Taranto alla tenerezza tra Tedeschi e la Religioso, dalle interazioni tra Tedeschi, Cardillo e la Scotti di Luzio alle irresistibili gags di Bresolin e della Tarallo, ogni parola, ogni dialogo, ogni tassello di ciascuna singola scena ha un posto ben preciso nell’economia della storia, e le dona dinamicità, vivacità ed intensità. Una commedia riuscita fin dal suo esordio quasi un secolo fa che, grazie alla regia, alla messa in scena ed al cast di Gravina rinasce a nuova vita, ancora pronta a divertire, commuovere e far riflettere sulle dinamiche familiari e le sue complessità, che sono le stesse ieri come oggi.


